Un percorso originale per rileggere pagine straordinarie

di narrativa e poesia

Al lettore

Non resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che essa dovrebbe comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contato per noi, e per metà libri che ci proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali.

Italo Calvino, Perché leggere i classici

A chi abbia la curiosità o il coraggio di aprire questo libro, una breve spiegazione è dovuta, oltre che un ringraziamento. Poche parole, perché non amo le pagine dove si impiega eccessivamente la prima persona.

Non tragga in inganno il titolo (i titoli, si sa, vogliono essere sempre un poco ad effetto); questo non è un libro ornitologico, né vi si parla di pollicoltura: suo oggetto è la letteratura.

E la letteratura non è certo un pollaio. Piuttosto, sono i piumati chiassosi e sorprendenti del pollaio che fanno la loro comparsa nelle pagine della narrativa e della poesia, talora scompigliandole, come le penne di una gallina arruffate dal vento, talora creando situazioni vivaci e inaspettate. Spesso finendo in pentola, perché la letteratura non è così diversa dalla vita.

(dalla introduzione a Il pollaio della letteratura, Argento Vivo Edizioni, novembre 2021)

Scir detarnegòl bara letzafra

(Conte Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi, meglio noto come Giacomo Leopardi, Recanati 1798 - Napoli 1837)

... cioè Cantico mattutino del gallo silvestre.

Non bastava al poeta di Recanati osservare la gallina che, tornata sulla via, ripeteva il suo verso, una volta passata la tempesta, né la meditazione sul piacere figlio d'affanno: ben altro messaggio aveva già lanciato ben altro gallinaceo, con le zampe salde sulla terra e la testa persa nel cielo.

Scorri, se vuoi completare la lettura dell'introduzione e della straordinaria pagina di Leopardi.

Scir detarnegòl bara letzafra

(Conte Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi, meglio noto come Giacomo Leopardi, Recanati 1798 - Napoli 1837)

... cioè Cantico mattutino del gallo silvestre.

Non bastava al poeta di Recanati osservare la gallina che, tornata sulla via, ripeteva il suo verso, una volta passata la tempesta, né la meditazione sul piacere figlio d'affanno: ben altro messaggio aveva già lanciato ben altro gallinaceo, con le zampe salde sulla terra e la testa persa nel cielo.

Le Operette morali, nella loro prima stesura, quella del 1824, si erano concluse con l'invenzione di un manoscritto ritrovato (anche Manzoni, in quegli stessi anni...) e con il canto del gallo silvestre (sottospecie del gallus gallus, di cui però né ornitologi né Wikipedia conservano traccia), che aveva chiuso nel silenzioso sgomento del nulla la ricerca della felicità, di un senso nella vita. Con quell'intuizione fulminante, il sonno come morte frantumata in microscopiche schegge, gettate qua e là dalla mano di un sapiente seminatore, per riuscire a sopportare la veglia della vita...

Ma no, non è questo ciò di cui vorrei parlare: schiere di lettori e filologi appassionati, di critici acuti e intelligenti hanno già sviscerato ogni minima sillaba scritta dal buon Giacomo; raffinati pensatori si sono confrontati con la gelida logica della sua filosofia, che mai riuscì a spegnere in lui la calda domanda del suo cuore - Leopardi desiderava affetto, amore, che altro se no?

No, non è questo che vorrei dire di lui: piuttosto vorrei affermare, sommessamente ma con forza, che Leopardi è buono. Più lo leggo, più me ne convinco: il poeta Giacomo Leopardi, l'erudito, il pensatore, l'afflitto e deluso e ammalato Giacomo Leopardi è un uomo buono. E quando si strugge, piange, s'adira e lotta, lo fa per tutti gli uomini. E quando guarda con fredda compostezza il destino che attende le creature, lo fa per tutti noi. La vita ha cercato di consumare la sua bontà erodendola strato per strato, come una saponetta, ma non ci è riuscita fino in fondo: l'ha reso amaro, ma non cinico. Questa è la sua grandezza: solo lui è stato capace di mettere in scena una fanciulla che indica una tomba ignuda, eppure lasciare dentro il lettore come l'eco di un canto d'amore.

È ora di dare la parola al suo gallo.

 

Affermano alcuni maestri e scrittori ebrei, che tra il cielo e la terra, o vogliamo dire mezzo nell'uno e mezzo nell'altra, vive un certo gallo salvatico; il quale sta in sulla terra coi piedi, e tocca colla cresta e col becco il cielo. Questo gallo gigante, oltre a varie particolarità che di lui si possono leggere negli autori predetti, ha uso di ragione; o certo, come un pappagallo, è stato ammaestrato, non so da chi, a profferir parole a guisa degli uomini: perocché si è trovato in una cartapecora antica, scritto in lettera ebraica, e in lingua tra caldea, targumica, rabbinica, cabalistica e talmudica, un cantico intitolato, Scir detarnegòl bara letzafra, cioè Cantico mattutino del gallo silvestre: il quale, non senza fatica grande, né senza interrogare più d'un rabbino, cabalista, teologo, giurisconsulto e filosofo ebreo, sono venuto a capo d'intendere, e di ridurre in volgare come qui appresso si vede. Non ho potuto per ancora ritrarre se questo Cantico si ripeta dal gallo di tempo in tempo, ovvero tutte le mattine; o fosse cantato una volta sola; e chi l'oda cantare, o chi l'abbia udito; e se la detta lingua sia proprio la lingua del gallo, o che il Cantico vi fosse recato da qualche altra. Quanto si è al volgarizzamento infrascritto; per farlo più fedele che si potesse (del che mi sono anche sforzato in ogni altro modo), mi è paruto di usare la prosa piuttosto che il verso, se bene in cosa poetica. Lo stile interrotto, e forse qualche volta gonfio, non mi dovrà essere imputato; essendo conforme a quello del testo originale: il qual testo corrisponde in questa parte all'uso delle lingue, e massime dei poeti, d'oriente.

Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in sulla terra, e partonsene le immagini vane. Sorgete; ripigliatevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso nel vero.

Ciascuno in questo tempo raccoglie e ricorre coll'animo tutti i pensieri della sua vita presente; richiama alla memoria i disegni, gli studi e i negozi; si propone i diletti e gli affanni che gli sieno per intervenire nello spazio del giorno nuovo. E ciascuno in questo tempo è più desideroso che mai, di ritrovar pure nella sua mente aspettative gioconde, e pensieri dolci. Ma pochi sono soddisfatti di questo desiderio: a tutti il risvegliarsi è danno. Il misero non è prima desto, che egli ritorna nelle mani dell'infelicità sua. Dolcissima cosa è quel sonno, a conciliare il quale concorse o letizia o speranza. L'una e l'altra insino alla vigilia del dì seguente, conservasi intera e salva; ma in questa, o manca o declina.

Se il sonno dei mortali fosse perpetuo, ed una cosa medesima colla vita; se sotto l'astro diurno, languendo per la terra in profondissima quiete tutti i viventi, non apparisse opera alcuna; non muggito di buoi per li prati, né strepito di fiere per le foreste, né canto di uccelli per l'aria, né sussurro d'api o di farfalle scorresse per la campagna; non voce, non moto alcuno, se non delle acque, del vento e delle tempeste, sorgesse in alcuna banda; certo l'universo sarebbe inutile; ma forse che vi si troverebbe o copia minore di felicità, o più di miseria, che oggi non vi si trova? Io dimando a te, o sole, autore del giorno e preside della vigilia: nello spazio dei secoli da te distinti e consumati fin qui sorgendo e cadendo, vedesti tu alcuna volta un solo infra i viventi essere beato? Delle opere innumerabili dei mortali da te vedute finora, pensi tu che pur una ottenesse l'intento suo, che fu la soddisfazione, o durevole o transitoria, di quella creatura che la produsse? Anzi vedi tu di presente o vedesti mai la felicità dentro ai confini del mondo? in qual campo soggiorna, in qual bosco, in qual montagna, in qual valle, in qual paese abitato o deserto, in qual pianeta dei tanti che le tue fiamme illustrano e scaldano? Forse si nasconde dal tuo cospetto, e siede nell'imo delle spelonche, o nel profondo della terra o del mare? Qual cosa animata ne partecipa; qual pianta o che altro che tu vivifichi; qual creatura provveduta o sfornita di virtù vegetative o animali? E tu medesimo, tu che quasi un gigante instancabile, velocemente, dì e notte, senza sonno né requie, corri lo smisurato cammino che ti è prescritto; sei tu beato o infelice?

Mortali, destatevi. Non siete ancora liberi dalla vita. Verrà tempo, che niuna forza di fuori, niuno intrinseco movimento, vi riscoterà dalla quiete del sonno; ma in quella sempre e insaziabilmente riposerete. Per ora non vi è concessa la morte: solo di tratto in tratto vi è consentita per qualche spazio di tempo una somiglianza di quella. Perocché la vita non si potrebbe conservare se ella non fosse interrotta frequentemente. Troppo lungo difetto di questo sonno breve e caduco, è male per se mortifero, e cagione di sonno eterno. Tal cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, e ristorarsi con un gusto e quasi una particella di morte.

Pare che l'essere delle cose abbia per suo proprio ed unico obbietto il morire. Non potendo morire quel che non era, perciò dal nulla scaturirono le cose che sono. Certo l'ultima causa dell'essere non è la felicità; perocché niuna cosa è felice. Vero è che le creature animate si propongono questo fine in ciascuna opera loro; ma da niuna l'ottengono: e in tutta la loro vita, ingegnandosi, adoperandosi e penando sempre, non patiscono veramente per altro; e non si affaticano, se non per giungere a questo solo intento della natura, che è la morte.

A ogni modo, il primo tempo del giorno suol essere ai viventi il più comportabile. Pochi in sullo svegliarsi ritrovano nella loro mente pensieri dilettosi e lieti; ma quasi tutti se ne producono e formano di presente: perocché gli animi in quell'ora, eziandio senza materia alcuna speciale e determinata, inclinano sopra tutto alla giocondità, o sono disposti più che negli altri tempi alla pazienza dei mali. Onde se alcuno, quando fu sopraggiunto dal sonno, trovavasi occupato dalla disperazione; destandosi, accetta novamente nell'animo la speranza, quantunque ella in niun modo se gli convenga. Molti infortuni e travagli propri, molte cause di timore e di affanno, paiono in quel tempo minori assai, che non parvero la sera innanzi. Spesso ancora, le angosce del dì passato sono volte in dispregio, e quasi per poco in riso come effetto di errori, e d'immaginazioni vane. La sera è comparabile alla vecchiaia; per lo contrario, il principio del mattino somiglia alla giovanezza: questo per lo più racconsolato e confidente; la sera trista, scoraggiata e inchinevole a sperar male. Ma come la gioventù della vita intera, così quella che i mortali provano in ciascun giorno, è brevissima e fuggitiva; e prestamente anche il dì si riduce per loro in età provetta.

Il fior degli anni, se bene è il meglio della vita, è cosa pur misera. Non per tanto, anche questo povero bene manca in sì piccolo tempo, che quando il vivente a più segni si avvede della declinazione del proprio essere, appena ne ha sperimentato la perfezione, né potuto sentire e conoscere pienamente le sue proprie forze, che già scemano. In qualunque genere di creature mortali, la massima parte del vivere è un appassire. Tanto in ogni opera sua la natura è intenta e indirizzata alla morte: poiché non per altra cagione la vecchiezza prevale sì manifestamente, e di sì gran lunga, nella vita e nel mondo. Ogni parte dell'universo si affretta infaticabilmente alla morte, con sollecitudine e celerità mirabile. Solo l'universo medesimo apparisce immune dallo scadere e languire: perocché se nell'autunno e nel verno si dimostra quasi infermo e vecchio, nondimeno sempre alla stagione nuova ringiovanisce. Ma siccome i mortali, se bene in sul primo tempo di ciascun giorno racquistano alcuna parte di giovanezza, pure invecchiano tutto dì, e finalmente si estinguono; così l'universo, benché nel principio degli anni ringiovanisca, nondimeno continuamente invecchia. Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell'esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi.(1)

 

da Giacomo Leopardi, Operette morali, Milano, Mursia, 1982

(1) «Questa è conclusione poetica, non filosofica. Parlando filosoficamente, l'esistenza, che mai non è cominciata, non avrà mai fine.»

Così Leopardi stesso annotava l'immagine finale, il silenzio nudo e la quiete altissima che si stenderanno su di un universo fatto di nulla. Finalmente in fuga dalla tirannia della natura. Ma chi ha detto che la filosofia sia più vera della poesia? E di chi, infine, sono ancelle, queste due splendide creazioni di quella creatura che è l'uomo?

Oche da leggenda

(Tito Livio, Padova 59 a.C. - Padova 17 d.C... ma, in mezzo, tanta Roma)

Ma alcune immagini, parole, espressioni di Livio sono tuttavia rimaste nel linguaggio comune: tra queste si fanno largo le oche del Campidoglio, i bianchi palmipedi salvatori della rocca, nel momento più buio dell'assedio gallico del truce e disonesto Brenno (ma tutti gli assalitori sono truci e disonesti, e gli assaliti innocenti e virtuosi, salvo diventare assalitori a loro volta).

Non sono questi gli unici animali che, nella storiografia latina, giocano un ruolo chiave per l'esito di uno scontro (se non mi credete, provate a leggere, tra le parole taglienti di Sallustio, lo splendido capitolo 93 del Bellum Iugurthinum, ove una fila di repentis cocleas, cioè chiocciole striscianti, o lumache, aiuta il generale Caio Mario a conquistare una fortezza numida), ma sono certo i più famosi.

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Oche da leggenda

(Tito Livio, Padova 59 a.C. - Padova 17 d.C... ma, in mezzo, tanta Roma)

Mi si conceda un frammento di nostalgia, massime ora che stiamo per leggere una pagina tratta dal maggiore tra i laudatores temporis acti.

Un paio di generazioni or sono, prima che sulla scuola si abbattessero le ondate di pedagogisti donmilaneschi, tra i banchi si leggevano ancora le storie di Livio, a torto o a ragione, soprattutto quelle della fondazione e dell'età arcaica di Roma. Così, tra i vari gemelli nutriti di latte lupesco, con i loro nonni rimpianti e zii crudeli, i re contati sulle sette dita, le Ree Silvie le Lucrezie e le Clelie, per non parlare di Muzii dalla mano bruciata, di Camilli e di Cocliti sul ponte, ci si formava un'immagine della virtus che avrebbe dominato il mondo.

L'errore - se errore c'è stato - non consisteva tanto nel leggerli, quei racconti, quanto nel lasciarli passare per vera storia, quando Livio stesso, ad essere onesti, li riteneva materia da poeti, più che da storici. Poi l'accusa di vecchiume retorico, e quella patina untuosa che ha lasciato sull'opera del padovano l'uso sovrabbondante che ne fece il ventennio fascista, hanno fatto sì che le sue ubertose narrazioni cadessero lentamente nell'oblio scolastico, tanto che oggi neppure i residui studenti del glorioso Liceo Classico ne serbano memoria (se non qualche lacerto incontrato nei temi di versione assegnati al ginnasio, quando ancora si studiano le particolarità della terza declinazione).

Ma alcune immagini, parole, espressioni di Livio sono tuttavia rimaste nel linguaggio comune: tra queste si fanno largo le oche del Campidoglio, i bianchi palmipedi salvatori della rocca, nel momento più buio dell'assedio gallico del truce e disonesto Brenno (ma tutti gli assalitori sono truci e disonesti, e gli assaliti innocenti e virtuosi, salvo diventare assalitori a loro volta).

Non sono questi gli unici animali che, nella storiografia latina, giocano un ruolo chiave per l'esito di uno scontro (se non mi credete, provate a leggere, tra le parole taglienti di Sallustio, lo splendido capitolo 93 del Bellum Iugurthinum, ove una fila di repentis cocleas, cioè chiocciole striscianti, o lumache, aiuta il generale Caio Mario a conquistare una fortezza numida), ma sono certo i più famosi.

Inconsapevoli guardiane del Campidoglio, le anatidi care a Giunone, e da questa sottratte allo spiedo o alla pentola, salvarono a loro volta l'onore di una guerra persa ed entrarono a buon diritto nell'immaginario di quegli aneddoti ed azioni eroiche che un popolo si inventa proprio per scusarsi di una guerra persa, come accadde tempo dopo agli statunitensi, con troppa sicumera sbarcati dai loro elicotteri nel verde lussureggiante del Vietnam... da cui orde di film tra il venatorio, l'apocalittico e il rambesco. Molti miti genera una vittoria, ma più ancora ne genera una sconfitta!

 

Dum haec Veiis agebantur, interim arx Romae Capitoliumque in ingenti periculo fuit. Namque Galli, seu vestigio notato humano qua nuntius a Veiis pervenerat seu sua sponte animadverso ad Carmentis saxo in adscensum aequo, nocte sublustri cum primo inermem qui temptaret viam praemisissent, tradentes inde arma ubi quid iniqui esset, alterni innixi sublevantesque in vicem et trahentes alii alios, prout postularet locus, tanto silentio in summum evasere ut non custodes solum fallerent, sed ne canes quidem, sollicitum animal ad nocturnos strepitus, excitarent. Anseres non fefellere quibus sacris Iunonis in summa inopia cibi tamen abstinebatur. Quae res saluti fuit; namque clangore eorum alarumque crepitu excitus M. Manlius qui triennio ante consul fuerat, vir bello egregius, armis arreptis simul ad arma ceteros ciens vadit et dum ceteri trepidant, Gallum qui iam in summo constiterat umbone ictum deturbat. Cuius casus prolapsi cum proximos sterneret, trepidantes alios armisque omissis saxa quibus adhaerebant manibus amplexos trucidat. Iamque et alii congregati telis missilibusque saxis proturbare hostes, ruinaque tota prolapsa acies in praeceps deferri. Sedato deinde tumultu reliquum noctis, quantum in turbatis mentibus poterat cum praeteritum quoque periculum sollicitaret, quieti datum est. Luce orta vocatis classico ad concilium militibus ad tribunos, cum et recte et perperam facto pretium deberetur, Manlius primum ob virtutem laudatus donatusque non ab tribunis solum militum sed consensu etiam militari; cui universi selibras farris et quartarios vini ad aedes eius quae in arce erant contulerunt, rem dictu parvam, ceterum inopia fecerat eam argumentum ingens caritatis, cum se quisque victu suo fraudans detractum corpori atque usibus necessariis ad honorem unius viri conferret. Tum vigiles eius loci qua fefellerat adscendens hostis citati; et cum in omnes more militari se animadversurum Q. Sulpicius tribunus militum pronuntiasset, consentiente clamore militum in unum vigilem conicientium culpam deterritus, a ceteris abstinuit, reum haud dubium eius noxae adprobantibus cunctis de saxo deiecit. Inde intentiores utrimque custodiae esse, et apud Gallos, quia volgatum erat inter Veios Romamque nuntios commeare, et apud Romanos ab nocturni periculi memoria.

da Titus Livius, Ab Urbe condita libri, V, 47, thelatinlibrary.com

 

Mentre a Veio si discuteva di questi eventi, nel frattempo la rocca di Roma e il Campidoglio si trovarono in grave pericolo. Infatti i Galli, o perché avevano notato tracce umane per dove era giunto il messaggero da Veio, o perché da soli si erano accorti di una roccia agevole da scalare presso il tempio di Carmenta, nella notte fiocamente illuminata anzitutto inviarono in avanscoperta un soldato disarmato, che tentasse la via, poi, passandosi le armi nei punti difficili, spingendosi e sollevandosi a vicenda l'uno con l'altro, in base a come il luogo richiedesse, sbucarono sulla sommità con un silenzio tale che non solo ingannarono le sentinelle, ma neppure destarono i cani, animali sempre pronti ai rumori notturni. Ma non ingannarono le oche, animali risparmiati perché sacri a Giunone, pur in tanta mancanza di cibo. E questo fu motivo di salvezza: infatti Marco Manlio, che era stato console tre anni prima, uomo assai valido in guerra, svegliato dal loro starnazzare e dallo sbattere delle ali, afferrò le armi e, chiamando nello stesso tempo tutti gli altri al combattimento, mentre quelli si agitavano in confusione, si lanciò all'attacco e fece precipitare un Gallo, che già si era fermato sulla sommità, dopo averlo colpito con l'umbone. Mentre la caduta a precipizio di quello trascinava i più vicini, egli massacrò gli altri impauriti, i quali, gettate le armi, abbracciavano le rocce a cui tentavano di stare aggrappati con le mani. Oramai anche gli altri Romani, riunitisi, respingevano i nemici con lanci di dardi, frecce e sassi e l'intera schiera dei nemici fu trascinata a precipizio nella caduta. Sedata quindi la confusione, il resto della notte fu concesso al riposo, per quanto fosse possibile nei loro animi sconvolti, dal momento che il pericolo appena superato li turbava. Allo spuntare dell'alba il suono delle trombe convocò i soldati all'adunata di fronte ai tribuni, poiché si doveva la giusta ricompensa sia a chi avesse agito bene sia a chi si fosse comportato male; anzitutto Manlio fu elogiato per il suo valore e ricevette premi non solo dai tribuni militari ma anche da tutti i soldati: per lui infatti tutti portarono mezza libbra di grano e un quarto di vino alla sua casa, che si trovava sulla cittadella - poca cosa a dirsi così, ma la situazione di grave penuria l'aveva resa una dimostrazione di grande affetto, dal momento che ciascuno, attingendo al proprio vitto, portava per onorare un uomo solo ciò che aveva sottratto alle necessità della propria persona. Poi vennero chiamate in giudizio le sentinelle di quel luogo da dove i nemici erano riusciti a salire senza che nessuno se ne accorgesse. Il tribuno Quinto Sulpicio affermò che li avrebbe puniti tutti in base alla legge marziale ma, trattenuto dal concorde clamore dei soldati, che attribuivano la colpa ad una sola sentinella, risparmiò gli altri e, con l'approvazione di tutti, fece gettare dalla rupe il sicuro colpevole di quel crimine. Da quel momento la vigilanza da entrambe le parti fu più attenta, sia per i Galli, che erano venuti a sapere dei contatti tra Roma e Veio, sia per i Romani, per il ricordo del pericolo corso durante la notte.

traduzione di Franco Signoracci

 

Il caso necessita qui d'una postilla.

Livio che non erra - come lo definisce il padre Dante -, abbandonate le oche, si sofferma sul giusto premio e sulla giusta punizione che deve spettare ai buoni e ai cattivi di questa come di ogni altra vicenda, affinché assuma le vesti di un insegnamento morale. E così si può scatenare, giustificata, la solita insensata brutalità delle leggi di guerra: oh, quale onore condannare a morte un uomo che non si era allarmato ad un rumore impercettibile, che neppure i cani avevano udito! Ed è lo stesso Livio che poche righe sopra l'aveva ammesso! Ma oramai il nostro storico affabulatore era tutto compreso e commosso dall'esaltazione dell'eroismo bellico, ben incarnato nello starnazzare dei palmipedi, che ci immaginiamo sbatacchiare le ali e stronzeggiare qua e là, sui pietroni del tempio di Giunone, per svegliare il macho console onorario... Dante non ce ne voglia, ma pure Livio talvolta erra.

La gallina guercia

(Carlo Emilio Gadda, Milano 1893 - Roma 1973)

Era gonfio il gran Lombardo. Così lo nominavano un tempo critici e lettori (e forse ancora oggi), e così vediamo lui, nelle foto in bianco e nero, nei filmati d'una tenera televisione sfarfallante, che ci hanno conservato la sua figura in età matura. Ma gonfio di cosa? Di rabbia repressa, per il caos irrazionale del mondo umano, ritratto in mille pagine e acutamente analizzato, eppure mai accettato, causa reciproca disistima...

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La gallina guercia

(Carlo Emilio Gadda, Milano 1893 - Roma 1973)

Era gonfio il gran Lombardo. Così lo nominavano un tempo critici e lettori (e forse ancora oggi), e così vediamo lui, nelle foto in bianco e nero, nei filmati d'una tenera televisione sfarfallante, che ci hanno conservato la sua figura in età matura. Ma gonfio di cosa? Di rabbia repressa, per il caos irrazionale del mondo umano, ritratto in mille pagine e acutamente analizzato, eppure mai accettato, causa reciproca disistima. Gonfio di acredine, verso una vita che si era divertita a mostrare i suoi ninnoli divertenti, e poi glieli aveva sottratti di sotto agli occhi, quando già le mani stavano per afferrarli, come bambinaia sadica o come gioco di magia di un illusionista dispettoso.

Gonfio di qualche umore atavico e radicale, che andava a gocciare dentro caverne inconfessabili, nascondigli per il dolore dell'anima, dei quali ben aveva cognizione.

Gonfio, soprattutto, di parole, che accumulava a badilate, mai sazio, e ingurgitava come forchettate di risotto giallo, allo zafferano, con l'osso buco e il sovrappiù del lesso, e della mostarda, e del gorgonzola - o croconsuelo - vero subdolo co-protagonista di un famoso suo romanzo, più citato che letto dal pubblico finto cólto.

Una bulimia lessicale cui nulla sfuggiva, di lingua tecnica, filosofica, burocratica, giornalistica o letteraria che fosse: nessun gergo con cui venisse a contatto sui tram gialli di Milano o nel chiacchiericcio tra le risate mondane di via Bagutta; nessun lacerto di frase che avesse portato con sé, dentro lo zaino grigioverde, dal mondo falsamente gerarchico e realmente democratico della naja, della guerra, della prigionia; nessun dialetto borgataro o sudista, che avesse raccolto tra le vie dell'Urbe, ancora segnate dalla presenza invadente del Buce.

Prima di lui un solo altro scrittore, fiorentino di nascita e non di costumi, aveva sperimentato una tale vertiginosa ebbrezza della parola: si era calato dentro la più infima fogna del creato, laddove, nel ghiaccio dello spegnimento, traditori traditi si divorano il cranio tra loro, e poi si era servito delle parole, si era arrampicato su di esse come sui pioli di una scala invisibile e concreta, ed era asceso lassù, fin dentro il bagliore di Dio, in un mondo dove ogni desiderio è appagato e l'uomo torna infante, colui che non ha più parole, che non ha più bisogno di parole...

Ma Dante d'oca, di gallo e di gallina ha fatto ben rara menzione - mai dell'anatra - perciò torniamo al nostro Lombardo (se resta una mezza pagina, e l'intenzione intera, di Dante si parlerà più avanti). Anzi, torniamo al di lui personaggio nelle vesti del maresciallo Pestalozzi, che giunge nel laido antro albano della Zamira, sarta-indovina-fattucchiera-ruffiana-ex prostituta, sulle peste del furto di gioielli e dello sconcio sgozzamento della bella Liliana Balducci, avvenuto al numero 219 di via Merulana, nel palazzo dell'oro...

 

In quel punto, come evocata di tenebra, dall’usciolo socchiuso della scaluccia approdante in bottega (di cui li regazzini fantasticavano, altri favoleggiavano e più d’uno pe via de la lettura de la mano avea pratica), si affacciò, e poi zampettò sul mattonato freddo qua e là con certi suoi chè chè chè chè tra due cumuli di maglie, una torva e a metà spennata gallina, priva di un occhio, e legato alla zampa destra uno spago, tutto nodi e giunte, che non la smetteva più di venir fuora, di venir su: tale, dall’oceano, la sàgola interminata dello scandaglio ove il verricello di poppa la richiami a bordo e tuttavia gala d’una barba la infrozoli, di tratto in tratto: una mucida, una verde alga d’abisso. Dopo aver esperito in qua in là più d’una levata di zampa, con l’aria, ogni volta, di sapere bene ove intendeva andare, ma d’esserne impedita dai divieti contrastanti del fato, la zampettante guercia mutò poi parere del tutto. Spiccicò l’ali dal corpo (e parve estrinsecarne le costole per una più lauta inspirazione d’aria), mentre una bizza mal rattenuta le gorgogliava già nel gargarozzo: una catarrosa comminatoria. A strozza invelenita principiò a gorgheggiare in falsetto: starnazzò spiritata in colmo alla montagna di que' cenci, donde irrorò le cose e le parvenze universe del supremo coccodè, quasi avesse fatto l’ovo lassù. Ma ne svolacchiò giù senza por tempo in mezzo, atterrando sui mattoni con nuovi acuti parossistici, un volo a vela de' più riusciti, un record: sempre tirandosi dietro lo spago. Parallelamente allo spago e alla infilata dei nodi e dei groppi, un filo di lana grigio le si era appreso a una gamba: e il filo pareva questa volta smagliarsi da reobarbara ciarpa, di sotto al ridipinto ciarpame. Una volta a terra, e dopo un ulteriore co co co co non si capì bene se di corruccio immedicabile o di raggiunta pace, d’amistà, la si piazzò a gambe ferme davanti le scarpe dell’allibito brigadiere, volgendogli il poco bersaglieresco pennacchietto della coda: levò il radicale del medesimo, scoperchiò il boccon del prete in bellezza, diaframmò al minimo, a tutta apertura invero, la rosa rosata dello sfinctere, e plof! la fece subito la cacca: in dispregio no, è probabile anzi in onore, data l’etichetta gallinacea, del bravo sott’ufficiale, e con la più gran disinvoltura del mondo: un cioccolatinone verde intorcolato alla Borromini come i grumi di solfo colloide delle acque àlbule: e in vetta in vetta uno scaracchietto di calce, allo stato colloidale pure isso, una crema chiara chiara, di latte pastorizzato pallido, come già allora usava.

Di tutta quell’aerodinamica, naturalmente, e del conseguente sgancio del gianduiotto, o boero che fosse, la Zamira ne profittò pe non risponne: intanto che dei piumicini a ricciolo, nevosi e teneri come d’un papero infante, persistevano ad alto a mezz’aria mollemente ondulando, da parere anelli in dissolvenza, del fumo d’una sigaretta. Nel prodigio nuovo l’imperativo del Pestalozzi vanì. Lei la si levò ratta la seggiola con tutto il podere cilestrino, la si diè a ciabattare e a sventolar la gonna dietro alla torva, zinale non aveva, e a garrirla: «Via! via! zozzona, spurcacciona! Una partaccia così, zozza che nun se' altro! Al signor maresciallo!»

Tantoché la zozza in parola, tuttavia gargarizzandosi di mille cocococò, e scaracchiandoli infine tutti in una volta al soffitto in un chechechechè riassuntivo, per quanto doppiamente ancorata e dallo spago e dal filo, la si levò a volo fino sul ripiano della credenza: dove, incazzatissima, e rivestita la sua dignità, la depositò, nel vassoio di peltro, un altro bel cacheronzolo, ma più piccino del primo: pif! Con che sembrò aver evacuato il disponibile. La paura (dei carabinieri) fa novanta.

 

da Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Milano, Garzanti, 1997