Un percorso originale per rileggere pagine straordinarie

di narrativa e poesia

Al lettore

Non resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che essa dovrebbe comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contato per noi, e per metà libri che ci proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali.

Italo Calvino, Perché leggere i classici

A chi abbia la curiosità o il coraggio di aprire questo libro, una breve spiegazione è dovuta, oltre che un ringraziamento. Poche parole, perché non amo le pagine dove si impiega eccessivamente la prima persona.

Non tragga in inganno il titolo (i titoli, si sa, vogliono essere sempre un poco ad effetto); questo non è un libro ornitologico, né vi si parla di pollicoltura: suo oggetto è la letteratura.

E la letteratura non è certo un pollaio. Piuttosto, sono i piumati chiassosi e sorprendenti del pollaio che fanno la loro comparsa nelle pagine della narrativa e della poesia, talora scompigliandole, come le penne di una gallina arruffate dal vento, talora creando situazioni vivaci e inaspettate. Spesso finendo in pentola, perché la letteratura non è così diversa dalla vita.

(dalla introduzione a Il pollaio della letteratura, Argento Vivo Edizioni, novembre 2021)

La gallina guercia

(Carlo Emilio Gadda, Milano 1893 - Roma 1973)

Era gonfio il gran Lombardo. Così lo nominavano un tempo critici e lettori (e forse ancora oggi), e così vediamo lui, nelle foto in bianco e nero, nei filmati d'una tenera televisione sfarfallante, che ci hanno conservato la sua figura in età matura. Ma gonfio di cosa? Di rabbia repressa, per il caos irrazionale del mondo umano, ritratto in mille pagine e acutamente analizzato, eppure mai accettato, causa reciproca disistima...

Scorri, se vuoi completare la lettura dell'introduzione e della straordinaria pagina di Gadda.

 

La gallina guercia

(Carlo Emilio Gadda, Milano 1893 - Roma 1973)

Era gonfio il gran Lombardo. Così lo nominavano un tempo critici e lettori (e forse ancora oggi), e così vediamo lui, nelle foto in bianco e nero, nei filmati d'una tenera televisione sfarfallante, che ci hanno conservato la sua figura in età matura. Ma gonfio di cosa? Di rabbia repressa, per il caos irrazionale del mondo umano, ritratto in mille pagine e acutamente analizzato, eppure mai accettato, causa reciproca disistima. Gonfio di acredine, verso una vita che si era divertita a mostrare i suoi ninnoli divertenti, e poi glieli aveva sottratti di sotto agli occhi, quando già le mani stavano per afferrarli, come bambinaia sadica o come gioco di magia di un illusionista dispettoso.

Gonfio di qualche umore atavico e radicale, che andava a gocciare dentro caverne inconfessabili, nascondigli per il dolore dell'anima, dei quali ben aveva cognizione.

Gonfio, soprattutto, di parole, che accumulava a badilate, mai sazio, e ingurgitava come forchettate di risotto giallo, allo zafferano, con l'osso buco e il sovrappiù del lesso, e della mostarda, e del gorgonzola - o croconsuelo - vero subdolo co-protagonista di un famoso suo romanzo, più citato che letto dal pubblico finto cólto.

Una bulimia lessicale cui nulla sfuggiva, di lingua tecnica, filosofica, burocratica, giornalistica o letteraria che fosse: nessun gergo con cui venisse a contatto sui tram gialli di Milano o nel chiacchiericcio tra le risate mondane di via Bagutta; nessun lacerto di frase che avesse portato con sé, dentro lo zaino grigioverde, dal mondo falsamente gerarchico e realmente democratico della naja, della guerra, della prigionia; nessun dialetto borgataro o sudista, che avesse raccolto tra le vie dell'Urbe, ancora segnate dalla presenza invadente del Buce.

Prima di lui un solo altro scrittore, fiorentino di nascita e non di costumi, aveva sperimentato una tale vertiginosa ebbrezza della parola: si era calato dentro la più infima fogna del creato, laddove, nel ghiaccio dello spegnimento, traditori traditi si divorano il cranio tra loro, e poi si era servito delle parole, si era arrampicato su di esse come sui pioli di una scala invisibile e concreta, ed era asceso lassù, fin dentro il bagliore di Dio, in un mondo dove ogni desiderio è appagato e l'uomo torna infante, colui che non ha più parole, che non ha più bisogno di parole...

Ma Dante d'oca, di gallo e di gallina ha fatto ben rara menzione - mai dell'anatra - perciò torniamo al nostro Lombardo (se resta una mezza pagina, e l'intenzione intera, di Dante si parlerà più avanti). Anzi, torniamo al di lui personaggio nelle vesti del maresciallo Pestalozzi, che giunge nel laido antro albano della Zamira, sarta-indovina-fattucchiera-ruffiana-ex prostituta, sulle peste del furto di gioielli e dello sconcio sgozzamento della bella Liliana Balducci, avvenuto al numero 219 di via Merulana, nel palazzo dell'oro...

 

In quel punto, come evocata di tenebra, dall’usciolo socchiuso della scaluccia approdante in bottega (di cui li regazzini fantasticavano, altri favoleggiavano e più d’uno pe via de la lettura de la mano avea pratica), si affacciò, e poi zampettò sul mattonato freddo qua e là con certi suoi chè chè chè chè tra due cumuli di maglie, una torva e a metà spennata gallina, priva di un occhio, e legato alla zampa destra uno spago, tutto nodi e giunte, che non la smetteva più di venir fuora, di venir su: tale, dall’oceano, la sàgola interminata dello scandaglio ove il verricello di poppa la richiami a bordo e tuttavia gala d’una barba la infrozoli, di tratto in tratto: una mucida, una verde alga d’abisso. Dopo aver esperito in qua in là più d’una levata di zampa, con l’aria, ogni volta, di sapere bene ove intendeva andare, ma d’esserne impedita dai divieti contrastanti del fato, la zampettante guercia mutò poi parere del tutto. Spiccicò l’ali dal corpo (e parve estrinsecarne le costole per una più lauta inspirazione d’aria), mentre una bizza mal rattenuta le gorgogliava già nel gargarozzo: una catarrosa comminatoria. A strozza invelenita principiò a gorgheggiare in falsetto: starnazzò spiritata in colmo alla montagna di que' cenci, donde irrorò le cose e le parvenze universe del supremo coccodè, quasi avesse fatto l’ovo lassù. Ma ne svolacchiò giù senza por tempo in mezzo, atterrando sui mattoni con nuovi acuti parossistici, un volo a vela de' più riusciti, un record: sempre tirandosi dietro lo spago. Parallelamente allo spago e alla infilata dei nodi e dei groppi, un filo di lana grigio le si era appreso a una gamba: e il filo pareva questa volta smagliarsi da reobarbara ciarpa, di sotto al ridipinto ciarpame. Una volta a terra, e dopo un ulteriore co co co co non si capì bene se di corruccio immedicabile o di raggiunta pace, d’amistà, la si piazzò a gambe ferme davanti le scarpe dell’allibito brigadiere, volgendogli il poco bersaglieresco pennacchietto della coda: levò il radicale del medesimo, scoperchiò il boccon del prete in bellezza, diaframmò al minimo, a tutta apertura invero, la rosa rosata dello sfinctere, e plof! la fece subito la cacca: in dispregio no, è probabile anzi in onore, data l’etichetta gallinacea, del bravo sott’ufficiale, e con la più gran disinvoltura del mondo: un cioccolatinone verde intorcolato alla Borromini come i grumi di solfo colloide delle acque àlbule: e in vetta in vetta uno scaracchietto di calce, allo stato colloidale pure isso, una crema chiara chiara, di latte pastorizzato pallido, come già allora usava.

Di tutta quell’aerodinamica, naturalmente, e del conseguente sgancio del gianduiotto, o boero che fosse, la Zamira ne profittò pe non risponne: intanto che dei piumicini a ricciolo, nevosi e teneri come d’un papero infante, persistevano ad alto a mezz’aria mollemente ondulando, da parere anelli in dissolvenza, del fumo d’una sigaretta. Nel prodigio nuovo l’imperativo del Pestalozzi vanì. Lei la si levò ratta la seggiola con tutto il podere cilestrino, la si diè a ciabattare e a sventolar la gonna dietro alla torva, zinale non aveva, e a garrirla: «Via! via! zozzona, spurcacciona! Una partaccia così, zozza che nun se' altro! Al signor maresciallo!»

Tantoché la zozza in parola, tuttavia gargarizzandosi di mille cocococò, e scaracchiandoli infine tutti in una volta al soffitto in un chechechechè riassuntivo, per quanto doppiamente ancorata e dallo spago e dal filo, la si levò a volo fino sul ripiano della credenza: dove, incazzatissima, e rivestita la sua dignità, la depositò, nel vassoio di peltro, un altro bel cacheronzolo, ma più piccino del primo: pif! Con che sembrò aver evacuato il disponibile. La paura (dei carabinieri) fa novanta.

 

da Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Milano, Garzanti, 1997